I Diari della Saturn (Tappa 5-6 Zion Park & Bryce Canyon)

Salutiamo la nostra camera al Bellagio, ultima colazione a Las Vegas e ci rimettiamo in marcia, imbocchiamo la I-15 direzione Nord, in programma abbiamo due tappe in una sola giornata, la prima è lo Zion National Park a circa 270 km da Las Vegas.

Il paesaggio che ci si presenta durante questa tappa varierà incredibilmente, arrivando dal desertico habitat della Città dove tutto può accadere ci troviamo di fronte degli ammassi rocciosi imponenti, ai lati della statale troviamo spesso dei grandi parcheggi con aree picnic e bagni liberi, segno di una grande civiltà e rispetto dei propri territori, notiamo delle caverne durante il tragitto e una brochure dei Rangers accenna al fatto che anticamente erano abitate da Indiani Pelle Rossa della zona (non ricordo la tribù).

Attraversiamo l’Arizona ed entriamo nello Utah, lasciamo la I-15 e prendiamo la State Hwy 9, arriviamo nello Zion National Park, solito check point al chiosco dei Rangers e poi ci addentriamo, l’erosione ha fatto un lavoro ammirevole, passiamo attorno agli enormi blocchi di arenaria di Checkerboard Mesa e percorriamo la strada panoramica che dal fondo della valle sale curca a gomito dopo curva a gomito fino a portarci all’imbocco del Tunnel, che segue un antico sentiero panoramico Indiano.

Durante il percorso ci siamo fermati due o tre volte per qualche foto e per osservare il paesaggio che la natura ci ha lasciato, non sono sicuro ma credo di aver visto delle Poiane ed un Aquila Reale.

Silver ci porta fuori dal tunnel e dal parco, svoltiamo sulla US-89, la strada è un continuo sali e scendi, curve e piccoli paesi e come in un classico episodio di Hazard, alla fine di una discesa molto ripida, si trova il cartello dell’inizio della cittadina con limite velocità a 25 mph , appena dietro un display elettronico che indica la mia velocità e appena dietro… l’auto dello sceriffo girata per avere le spalle a chi scende la collina e pronta a partire all’inseguimento!

Scampata la multa dallo Sceriffo Rosco decidiamo di trovare un luogo per mangiare, la fame comincia a sentirsi, il primo paesino che incontriamo è Orderville. Parcheggiamo Silver e raggiungiamo a piedi l’unico posto che sembrava fornire cibo, una specie di latteria, entriamo e sulla soglia della cucina c’è una donna in piedi che lecca lentamente, molto lentamente un cucchiaino e mi osserva, ha un acconciatura che ricorda la Signora Canningan di Happy Days, in effetti questo posto sembra uscito dagli anni 50. Mi inquieta, mi giro e mia moglie mi fa: “Roby tieni il motore acceso, prendo quello che ci serve e fuggiamo prima che ci taglino a pezzi e ci trasformino nel famoso Sformato di Molly” un brivido mi corre sulla schiena poi scoppiamo a ridere e ci sediamo, una ragazza un pò nerd ci viene a salutare e ci porta il menù, alla fine ci ritroviamo a mangiare un sandwich, un insalata e delle patatine in sacchetto. Caffè ed ospitalità ottima.

Ripresa la marcia il paesaggio si fa di colpo rosso rame e incappiamo in una inaspettata tappa sul nostro  percorso: archi sulla strada, cucuzzoli rossastri e colline rosso acceso, siamo dentro il Red Canyon (la fantasia regna sovrana!).

Sembrava di stare su Marte, salivamo lungo dei pendii che parevano usciti dai documentari del National Geografic sulle esplorazioni spaziali, le nostre scarpe erano piene di polvere rossa ed in cima a quel canyon lo scenario che ci si prospettava era veramente surreale, l’erosione ha lasciato l’essenza delle roccie, fragili pinnacoli che paiono appoggiati lì e non il risultato di centinaia d’anni di lavoro del vento e dell’acqua.

Risaliamo in auto e finalmente siamo alla fine della giornata, quasi il tramonto, superiamo il lodge che ci ospiterà per la notte e proseguiamo per il Bryce Canyon National Park, qui scopriamo che il Red Canyon era solo un assaggio di quanto ci si sarebbe prospettato.

Troviamo un grande parcheggio, bagni e pannelli dei Rangers che forniscono informazioni sulle ere geologiche, l’erosione, etc. però non vediamo i picchi del canyon, forse nascosti dal fitto bosco in cui si trova il parcheggio, per cui seguiamo i sentieri indicati.

All’improvviso il bosco termina e davanti a noi c’è una lunghissima ringhiera che corre lungo un perimetro indefinito, ci avviciniamo ed è un vero schiaffo alle nostre anime. Il Bryce Canyon con tutto il suo splendore si presenta ai nostri piedi. Non ci eravamo accordi che la strada percorsa ci aveva portato in altitudine per cui ora eravamo sulla commità del canyon che si apriva davanti a noi in tutta la sua mistica atmosfera.

L’arancio delle rocce sedimentarie rendeva lo spettacolo impressionante, la luce del tramonto come la pennellata esperta di un pittore era perfetta e noi a bocca aperta di fronte a cotanta bellezza bisbigliavamo i nostri commenti. Anzi non solo noi stavamo bisbigliando, tutti i visitatori non osavano parlare con tono normale, il silenzio come senso di rispetto per questo gioiello naturale sembrava dovuto.

Decidiamo di scendere e seguire gli altri turisti-esploratori, così passo dopo passo ci addentriamo nelle viscere del Bryce Canyon, gli hoodoos, i pinnacoli generati dall’erosione della neve, diventano colonne attorno a noi, sono talmente tanti che il tutto pare una foresta pietrificata, un luogo magico, non si fa fatica a capire come mai nelle religioni delle tribù dei pelle rossa la natura avesse un peso centrale.

Seguiamo il Navajo Loop, percorso battuto ed indicato dai Rangers come panoramico, circa un paio di miglia che si snodano fino alla base del canyon, passando per il letto del fiume oramai in secca da decenni, passando tra quello che rimane dei pochi pini ai quali l’erosione ha tolto la terra da sotto le racidi e loro rimangono lì in bilico in attesa di cadere. Risaliamo mentre la luce solare sta sparendo, le ombre disegnate da questa foresta incantata si stagliano verso l’orizzonte ed il verso di un rapace ci accompagna fino al ritorno in cima.

In silenzio ci allontaniamo, un ultimo sguardo voltandoci per salutare questo luogo che ci è entrato nel cuore.

Sulla strada del ritorno incrociamo un gruppo di Antilocapre che attraversano la strada, ci fermiamo a fargli delle foto e poi stanchi morti raggiungiamo il Ruby’s Inn e Bryce View Lodge, dove troviamo accoglienza perfetta, un market inaspettatamente ampio che ci cattura, compriamo un nuovo lotto di cibo per microonde e stavolta l’esperienza ha pagato, cena discreta e poi serata in lavanderia a gettoni dove si fanno incontri decisamente curiosi!

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17 pensieri su “I Diari della Saturn (Tappa 5-6 Zion Park & Bryce Canyon)

  1. questa è una tappa mistica!
    quei posti hanno una magia particolare, terra Navajo, terra orgogliosa e fiera.

    bellissimo pezzo, questo va di diritto nei pezzi “travel” più belli!!!!
    😉

  2. Ho trovato il Bryce Canyon una cosa magica, insieme allo Yosemite ed al Sequoia National Park. Da vedere, da vedere, da vedere!

  3. Bellissimo come sempre il racconto, compreso lo Sformato di Molly 🙂
    Mistico, magico, spettacolare, chiamatelo come volete, per me è una tappa da sogno!
    Mi ci portate la prossima volta? Sto zitta e non fiato 😛

  4. Purtroppo il Bryce abbiamo deciso di saltarlo per avverse condizioni meteo (come avrai letto) ma la deviazione fatta è stata più che soddisfacente…torneremo!!!

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