Space Opera – #3 – Miami Plaza

Il sibilo della porta a pressione risuonò alle mie spalle. Ero fuori dall’area medica, immobile nel corridoio. Una tenue luce illuminava ad una ventina di metri alla mia destra e alla mia sinistra. Oltre questo cono di luce, solo un tratteggio di luci bluastre alla base del pavimento indicava il proseguire del tunnel.

Cerco di ricordare ma, l’unica cosa che torna alla mia mente sono i momenti in cui salii a bordo, la famiglia Vargas e quella giovane ufficiale, il nostro ingresso nel centro medico e poi tutto sfuma fino a … fino a questo risveglio.

La tuta che avevo trovato nell’armadietto era tutta bianca con le spalle ed una larga striscia a sinistra che scendeva fino alla caviglia tutto di color blu, mi calzava perfettamente ed era comoda e calda. Cominciavo a riprendermi dal torpore che permeava il mio corpo da quando mi ero svegliato.

Di fronte a me un pannello con schermo e tastiera. Mi avvicino e lo schermo si attiva, appare uno schema olografico della Carribean che ruota ed una voce femminile profonda riecheggia nel corridoio:

– Buona giornata Professor Knight, il Master System mi comunica che deve seguire il percorso standard del Protocollo di Risveglio. Sarò lieta di condurla alla sua prossima destinazione. Sala ristoro Miami Plaza, Area Civile, ponte Florida. La prego di seguire le luci verdi lungo il corridoio. Tempo stimato di raggiungimento destinazione: 7 minuti.

Mentre la voce parlava, sullo schermo l’immagine olografica della Carribean si fermava, poi si avvicinava ingrandendo una zona dell’anello esterno indicando la mia posizione con un puntino rosso da cui partiva una linea che correva lungo un percorso tra alcuni ponti, fermandosi in una sala sempre posizionata lungo l’anello esterno, indicando la mia destinazione con un punto verde, poi ripartiva la sequenza.

– Buona giornata a Lei Signora… con chi ho l’onore di parlare? Sa mi sono appena risvegliato e sono alquanto confuso… – Rispondo sarcasticamente.

Mi sentivo frustrato. Non avevo il controllo di nulla e tutto sembrava già definito, la mia vita era stata programmata da qualcuno e non ne sapevo nulla, era quello che temevo imbarcandomi in questa impresa.

– Sono il Naval Information System e fornisco servizi di localizzazione di bordo, di supporto informativo della navigazione tra i locali della nave, di ricerca del personale, inoltre posso fornire informazioni di soccorso. Alcuni membri dell’equipaggio mi chiamano utilizzando la sigla NIS, se lo preferisce Professor Knight posso profilarmi con questo nick per Lei.

– Vuoi dire che posso definirti in maniera diversa in base a come mi va?

– Certamente Professor Knight! In questo momento ho una profilatura standard sulla base delle sue caratteristiche di sesso ed età. Può configurarmi a suo piacimento.

– Ottimo, cominciamo dal nome, chiamami Marcus e dammi del tu, preferisco un rapporto diretto e più… umano.

– Affermativo Marcus, modifica salvata.

– Io invece ti chiamerò Nissy, che dici ti piace?

– Affermativo Marcus, modifica salvata.

– Mmm… l’ironia non è una tua prerogativa vedo. Ok Nissy, direi che va bene così per ora ma… dimmi una cosa: come hai fatto a sapere chi sono? Hai forse un riconoscimento facciale?

– No Marcus, nel tuo corpo è installato un microchip da cui traggo dati di riconoscimento e localizzazione.

– Ah … certo! Va bene, dimmi dove devo andare.

Delle brevi luci verdi ad un metro e mezzo da terra tracciarono subito un percorso lampeggiante lungo il corridoio per indicarmi la direzione da prendere.

Mentre camminavo nel tunnel di collegamento tra un ponte e l’altro, i pensieri mi ronzavano in testa come mosche impazzite. Ora poi avevo anche scoperto di essere diventato un puntino rosso individuabile in qualsiasi momento dal Tom Tom di bordo.

Seguii le indicazioni di Nissy, ad ogni svincolo, curva o scala, la breve striscia di lucette verdi mi indicava dove andare, forse non era tanto male avere un po’ di tecno schifezze in corpo.

Finalmente arrivai al ponte Florida, ancora pochi metri e mi ritrovai davanti ad una porta con la scritta Miami Plaza, entrai e l’interno non era certo come l’immaginavo. Colori pastello, luci sgargianti e un profumo di mare permeavano la sala. Entrai titubante. Da un locale sulla destra proveniva della musica… segui il sentiero centrale, con la strana sensazione di trovarmi tra le vie della vera Miami. Persino il caldo e l’umidità erano state simulate. Svoltai un angolo ed entrai in una specie di residence con tanto di piscina al centro. Nissy mi indicò un’abitazione, mi avvicinai, una targhetta dichiarava “Hang Li – Area Civile – Psicoanalista – Assistente Sociale”. Bussai.

– Entri, entri e si accomodi che è in ritardo– disse una voce dall’interno.

Anche quella stanza come tutta la zona di Miami Plaza mi colpì, sembrava di entrare in un ufficio del vecchio secolo, imperava uno stile tipico degli anni ‘70. Veneziane alle finestre, un ventilatore che roteava sulla scrivania ed una serie di archivi in metallo tutt’attorno alla stanza. Un paio di vecchie poltrone consunte per gli ospiti ed una sedia rivestita in pelle che sembrava enorme rispetto al piccolo uomo seduto.

– Salve! Lei è il mio Tutor? – chiesi titubante.

– Cosa c’è scritto fuori sul citofono? – mi chiese con fare scocciato senza neanche alzare lo sguardo dal video su cui era concentrato.

– Ang Li, Assistente Sociale mi pare – risposi.

– Hang, non Ang, Hang! Voi occidentali non avete il rispetto per le lingue asiatiche. – disse quasi infuriato, dovevo aver fatto una classica gaffe che quest’uomo non sopportava – si sieda e cominciamo, visto che sembra che io sia solamente un assistente sociale, facciamo il Tutor allora.

Mi stava irritando, ma mi feci scivolare addosso l’arroganza di quell’uomo e mi sedetti sprofondando in quelle vecchie ma comodo poltrone, mentre Hang Li digitava sulla tastiera del suo terminale.

– Dunque vediamo… Tenente Marcus, qui risulta che il suo superiore l’ha mandata da me per i problemi che ha mostrato nella missione ricognitiva su LS4, il contatto l’ha forse traumatizzata come spesso succede a ….

– Cosa? Tenente? LS4? Ma di che parla? – Chiesi sconcertato.

A quel punto, finalmente quell’odioso ometto alzò lo sguardo, sgranò gli occhi e balbetto

– Ma Lei… Lei non è un ufficiale? Chi diavolo è?

– Me lo dica Lei, stupido burocrate! – ero veramente stufo di questo tizio.

Già avevo la mente confusa, mi sentivo spaesato e fuori contesto, in poco meno di un’ora ero passato da un a vasca nella quale stavo affogando alle braccia ad un workbot, da un gps dello spazio, alla triste imitazione di Miami ed infine nelle mani di un completo idiota.

– Mi scusi, devo aver confuso gli appuntamenti, sa qui passano un sacco di persone ed io sono l’unico psicoanalista di questo ciclo, così… – si era fatto ancor più piccolo, cercando di scusarsi del suo comportamento, ma non ero in vena per cui decisi di andarmene.

– Facciamo così, ci vediamo un’altra volta quando avrà le idee più chiare, avrà imparato un po’ di educazione e guarderà in faccia le persone e sottolineo persone, prima di trattarle come fossero dei bot! – Sbattei la porta uscendo.

Fuori una simpatica musichetta rendeva il tutto surreale. Presi il sentiero da cui ero arrivato, giungendo di nuovo in quella che era l’area iniziale. Ora da quel locale che avevo notato entrando c’erano sicuramente delle altre persone. Non avevo una meta per cui andai lì.

Avvicinandomi scorsi dietro alcune piante un’insegna con scritto Flamingo Bar, poi bottiglie, bicchieri, cannucce ed un bancone animato. Un paio di uomini seduti ad un tavolo sorseggiavano del whisky e tre donne appollaiate su trespoli del bancone stavano bevendo sicuramente dei margarita frozen.

– Salute a te amico, cosa vuoi bere? – Mi chiese il barman, umano anche lui finalmente!

– Grazie ma, non so come, cioè, si paga o insomma non so bene…

– Aaah capisco. Ehi ragazze qui abbiamo un neonato – Si voltò e suonò una campanella. – Un giro per tutti ed offre il nostro amico qui! Come ti chiami fratello?

– Ehm… sono Marcus, però guarda che non so come fare per…

– Fammi indovinare carino – disse la ragazza rossa – ti hanno appena tirato su dal bagnetto e ti hanno spedito da quel cretino di Li? – mi chiese sghignazzando con le sue amiche.

– Si vede così tanto? – chiesi abbozzando un sorriso di cortesia.

– Si fratello, si vede eccome, hai ancora i capelli arruffati classici del post doccia! Ah Ah Ah – disse il barman ridendo e piazzandomi davanti una birra appena spillata. – Bevici su e lascia perdere. Tu chiedi a Max e ti sarà svelato ogni segreto di questa bagnarola dello spazio. – Mi sorrise amichevolmente. La giornata stava decisamente prendendo un’altra piega.

Rimasi al Flamingo per alcune ore e feci amicizia con Max il barman, muscoloso e atletico era l’attrazione del bar con continue battute ed un carattere estremamente socievole. Conobbi i due tizi seduti al tavolino, Teodor McKilly un ingegnere capo addetto al settore motori e Sam Connery un agronomo che lavorava alla produzione agricola, entrambi avevano una tuta contraddistinta dal verde che scoprii essere l’identificativo del settore civile ed erano di origini scozzesi.

La parte veramente piacevole furono le tre ragazze che avevano bevuto parecchio ed erano in vena di divertirsi ed io, grazie anche a Max, divenni il fulcro delle loro attenzioni. Le chiacchiere cominciarono a scorrere come l’alcool che passava nei nostri bicchieri ed io per un pò dimenticai dove mi trovavo.

Così strinsi amicizia con Melanie Florant, mora, francese, chirurgo militare che con la sua erre moscia mi inebriava, poi con Colorado Turner una bionda texana pilota militare di qualcosa che non mi era ben chairo, d’altronde al terzo cocktails cominciavo a perdere lucidità, ricordo distintamente la sua risata tenera, però mi battè a braccio di ferro. Infine Virginia Torres una spagnola color cremisi, quella che mi aveva parlato per prima, anch’essa militare, credo addetta alle comunicazioni o forse al server di bordo o forse boh… non ero più in grado di ricordare precisamente cosa mi disse e sopratutto cosa dissi io.

Una cosa era certa, furono tutte una gran fonte di informazioni, difatti ora sapevo che il Protocollo di Rinascita utilizzava una specie di fotografia, diciamo di istantanea del mio corpo e della mia mente, scattata per così dire, quando salii a bordo.

Questi dati erano stati immagazzinati nei computer della nave e in base al bisogno di determinate funzioni dell’equipaggio, il Master System cioè l’IA che governava la nave, stabiliva quale persona dovesse essere ricreata. Usando il DNA immagazzinato nelle memorie veniva messo in produzione un esatto clone del soggetto.

La procedura di clonazione era stata studiata per accelerare la crescita così che nel giro di un paio di anni poteva essere pronto il corpo di un adulto di circa 20 e mentre il corpo del clone si sviluppava, gli venivano trasferite le memorie del soggetto. Le stesse memorie che erano state scaricate e immagazzinate il giorno dell’imbarco.

Per questo motivo la mia mente era confusa e vuota. Era come se mi fossi risvegliato in quel momento, come se non avessi vissuto gli ultimi anni della mia prima vita a bordo. Era una sensazione orribile. Prendere coscienza di essere una copia di me stesso, clonato decine di volte.

Perché poi sarei stato risvegliato ben altre quaranta volte? Io poi, un oceanografo? Io potevo solamente analizzare la vita acquatica, le mie conoscenze si incentravano sugli oceani, sulla vita nell’acqua… L’unico motivo che mi veniva in mente era che avessero avuto bisogno di studiare un pianeta con acqua… Quindi la nostra colonia migrante stava incontrando il suo quarantunesimo pianeta? Gesù ma da quanti anni, anzi da quante generazioni viaggiamo?

Mi svegliai con questi pensieri e con un gran mal di testa, pensai subito che la colpa fosse del risveglio dalla clonazione. Dopo pochi attimi invece decisi che era decisamente un dolore che conoscevo bene, era indubbiamente un post sbronza.
Tentai di alzarmi dal letto, sentii come una martellata in testa e ricaddi immediatamente sul cuscino. Piano, dovevo fare molto piano. Mi sedetti lentamente sul lato del letto. Già ma dove ero? Avevo una stanza mia? E come ci ero arrivato? Mi voltai e una fitta mi premette le tempie.

– Gesù Marcus… piano, fai piano – mi dissi da solo.

Roteai tutto il corpo con misurata pacatezza, dal lenzuolo tutto arruffato spuntavano due gambe ed un sedere indiscutibilmente femminili. Una farfalla con stile celtico era tatuata alla base del coggice. Pazzesco ero a letto con una delle ragazze conosciute al Flamingo… sorrisi pensando che clichè!

RobiFocus

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